venerdì 27 marzo 2015

I piatti della memoria. CAFFE'LATTE


                                                                 


Fare  bollire  mezzo  litro di acqua, due  cucchiai  di miscela  Leone, uno  di Olandese  e fare  decantare, Con metà  latte  ecco il caffèlatte !

giovedì 26 marzo 2015

bona Pasqua


                                                                   

bona  Pasqua   a   i  me  amis
che  sensa pan   e  sensa  ris
fan  festa  cui  liurtis
suta  a  la  pianta  visin a  i radis
pisan un  foeugu  con  quater  barbis
e  a  qui ca  sensa  sta  insema  e  riunis
cun 'na puntura  venn  in paradis
bona  Pasqua  a  i  me  amis

mercoledì 25 marzo 2015

Il racconto del mercoledi LA SEGHERIA


A Gin piaceva fare il falegname. Era andato a lavorare dal Farioeu a undici anni, dopo le scuole che sua Mamma aveva voluto fargli fare per intero fino alla quinta, Adesso, a quattordici anni era gia operaio, sapendo fare di conto aveva un vantaggio su tutti gli altri. Ogni tanto andava lui a prendere le misure di qualche porta o finestra.

Il Farioeu non parlava mai, non lo complimentava, non lo incoraggiava, però ogni tanto gli affidava dei lavori di responsabilità; fare le misure per un taglio, trovare la tinta giusta, scegliere il legno giusto per un inserto, andare a montare un serramento. Alla sua maniera gli voleva bene. Lo teneva sotto pressione più degli altri, pretendeva molto di più. Tanto che, oramai, era il primo ad arrivare al mattino e l'ultimo ad andare a casa alla sera. Il Farioeu lo trattava come uno di famiglia, gli aveva dato la chiave del cancello nel caso che ( cosa che non succedeva mai ) Gin fosse arrivato prima di lui alla segheria.

Anche se non parlava mai il Farioeu si faceva capire benissimo, con quegli occhi che vedevano tutto e non ridevano mai e i baffi che sembravano elettricì e si muovevano secondo l'umore del momento. Piccolino e magro, sempre con abiti da lavoro, viveva con una vecchia sorella nel cortile dietro la chiesa. E, questo gli andava bene perchè, la gente che andava dal Curato a far suonare la campana a morto, poi passava a casa sua, a qualsiasi ora del giorno, a ordinare la cassa. Le ordinazioni le prendeva anche

la sorella. Sotto al portico c'erano tre differenti casse campione : una in abete, una in pioppo e una in noce con le maniglie in bronzo. Le possibilità economiche e il dispiacere facevano la scelta. Gia anziano, forse sui cinquant'anni, era considerato un buon partito. La segheria la aveva ereditata dal padre, però lui la aveva ingrandita costruendo un capannone sulla strada del vigneto, mettendoci macchinari moderni che funzionavano senza cinghia.

Per paura dei ladri al sabato sera dormiva in segheria su un grosso sacco pieno di trucioli. Non era cattivo, manteneva la sorella, che il padre non aveva mai voluto fare lavorare convinto di poterla sposare con qualche riccone di Milano, la aveva ereditata con la segheria . Tutti avevano soggezione di lui. Non parlava con nessuno e nessuno parlava con lui. I suoi operai, quelli che erano rimasti, una decina, avevano timore di lui. Non diceva mai niente, non  sgridava mai nessuno però lavorava come un pazzo mettendoci metà de tempo dovuto per dire : così si fa ! Le giornate passate in segheria erano per gli operai pesanti come dei sassi , nessuno osava alzare la testa e tantomeno parlare fra di loro. Neanche erano diventati amici fra loro. Finito l'orario di lavoro scappavano tutti come dei topi.

Al Gin invece la segheria piaceva, Gli piaceva il legno, l'odore del legno tagliato, I differenti odori, l'odore del Pioppo, del Rovere, del Pispai, del Ciliegio, del Castagno, del Noce. Gli piaceva toccare il legno, sembrava vivo, non come il ferro freddo come un morto. Era pulito il legno, Quando lo tagliavi cantava, il ferro gridava. Gli piaceva , dopo avere misurato e tagliato, vedere combaciare perfettamente le parti. Dai tronchi impignati in cortile tirare fuori porte finestre, qualche mobile, gli dava una grande soddisfazione.

La segheria era lontana dal paese, in mezzo ai boschi del Rumanin. Andare a piedi ci voleva il suo tempo, una ventina di minuti. Poteva aspettare il Pino e farsi portare sulla canna, ma il Pino arrivava non tardi, ma all'ultimo minuto, se non erano le sette mancava poco, e invece a lui piaceva entrare per primo, accendere la luci elettriche, accendeva la stufa per scaldare la colla, andava al gabinetto dove c'era la luce e l'acqua ed un sapone per lavarsi. C'erano altre case in paese con il gabinetto in casa ma non ne aveva mai visto uno. A casa sua il camar era in fondo al cortile e se era inverno era un dramma. Se ti veniva la diarrea di notte dovevi vestirti e svestirti continuamente, se poi pioveva dovevi metterti gli scarponi

perchè il cortile era un pantano. Però era bello,se pioveva stare accucciato e sentire l'acqua scorrere sul tetto e il vento che voleva aprire la porta che tenevi con la corda. Sui muri e sul pavimento c'erano dei vermi corti e tozzi che si muovevano goffamente. Se era chiaro

aprivi la porta e le galline li mangiavano.

Ogni tanto in segheria veniva il Prete, Don Mario. In chiesa e in canonica c'era sempre qualche lavoretto da fare e il Farioeu lo faceva volentieri. Non dava soldi alla Parrocchia

ma i lavori li faceva a gratis, e in più forniva la segatura da mettere sul pavimento della chiesa quando pioveva e i trucioli per accendere la stufa. Gia da un po' di tempo Don Mario aveva l'abitudine di scambiare qualche parola con Gin, Farioeu non era contento di questo e lo faceva capire alla sua maniera con occhiate che sembravano bastonate. Il Gin diventava rosso e lavorava a più non posso ma il Prete non si accorgeva neanche e parlava, parlava, e il Gin non rispondeva terrorizzato dal Farioeu.

Come tutti anche il Gin alla domenica andava a messa grande. Si alzava mezz'ora dopo il solito perchè era festa, faceva i suoi soliti lavoretti,poi si vestiva della festa e andava in chiesa. Con Don Mario non aveva mai parlato; solamente in confessionale quando per Pasqua

si metteva in fila per la confessione se no era peccato mortale.

E adesso Don Mario ogni volta che veniva in segheria lo cercava e gli domandava delle cose. Se gli piaceva il lavoro se aveva la morosa, se aveva amici, se voleva bene alla sua mamma, perchè non faceva sempre la comunione, se gli piacevano le ragazze, se aveva il vizio di toccarsi. Quando lo vedeva arrivare avrebbe voluto nascondersi, sparire.

Dalla segheria al paese c'erano un paio di Km. la strada passava in mezzo ai boschi lungo il canale, costeggiava il cimitero, saliva sul ponte e scendeva in paese.

Il Gin certi lavori era in grado di farli anche da solo; consegnare un mobile aggiustato, metterlo in bolla e far chiudere bene le antine, montare una porta o una finestra, rimontare la ruote di un carro, aggiustare una serratura. Prendeva il triciclo, caricava le cose da consegnare

la cassetta dei ferri e andava.

Un giorno, fatta la consegna, arrivato a tutta velocità verso il cimitero, giù per la discesa del ponte, fatta la curva su due ruote che tanto era vuoto, si trovò davanti la grande figura nera del Don Mario che gli faceva segno di fermarsi; per schivare il prete andò a finire nel bosco fermandosi tra due pini contro il roveto della sponda del canale, La cassetta del ferri si era rovesciata e tutto il contenuto si era mischiato sul fondo del furgoncino. Il Prete , entrato nel bosco, si era messo tra lui e la strada bloccandolo in mezzo al sambuco e al roveto; voleva che andasse a casa sua ad aggiustare un inginocchiatoio che dondava

e che sembrava che stesse per aprirsi, Il Gin, pensando al disastro dei ferri rovesciati sul fondo del furgoncino con tutte le viti e i chiodi divisi per grandezza e ormai mischiati assieme, al lungo lavoro fuori orario che lo aspettava per rimettere tutto in ordine, a quello che avrebbe pensato di lui il Farioeu, rimase muto. Tutto a un tratto il prete si girò e cominciò

a pisciare. Finito di pisciare tirò giù completamente i pantaloni e si girò: se lo trovò davanti

con la sottana interamente sbottonata; non aveva mica pisciato, ce lo aveva duro; duro e grosso con peli rossicci,  si senti il frusciare di biciclette e poi il parlare di donne. Due donne stavano andando al cimitero con delle Dalie in mano e delle borse appese al manubrio da cui uscivano le canne dei d'acquadori. Il Prete si ricompose velocemente e , più velocemente ancora, il Gin tirò il furgoncino sulla strada. Saltò su e si mise a pedalare come un pazzo.

Quando entrò in segheria il Farioeu gli si fece incontro con i baffi che vibravano, Gin gli disse che si era rovesciato in curva però non aveva perso niente, aveva recuperato tutto e che sarebbe stato lì oltre orario a mettere a posto la cassetta dei ferri. Farioeu soffiò due volte con il naso come un cavallo e si allontanò disgustato.

Dire quello che gli era capitato non era neanche da pensare, gli  Anziani avevano sempre ragione.il Prete...poi.

Lavorò fino a tardi. Rimise negli scompartimenti i chiodi, le viti, uno per uno per qualità.

Da quel giorno cominciò a fare la strada in compagnia. Si incamminava ancora presto ma prima del ponte aspettava che arrivasse qualcuno per fare la strada assieme. Alla sera, come gli altri, si lavava le mani di corsa e partiva in compagnia. Ogni volta che passava davanti ai pini guardava dentro e rivedeva.

Un giorno Farioeu disse a Gin di andare col furgoncino in Canonica a prendere un inginocchiatoio da aggiustare. Gin rimase imbambolato, rosso come un gambero, paralizzato vicino alla bindella; rifiutarsi di andare non era neanche da pensare ma lui dal Prete non voleva andarci. Era là con in mano un  asse,la bindella che girava, bloccato dal panico, incapace di decidere cosa fare. Farioeu lo vide fermo e gli si avvicinò e senza la abituale durezza gli chiese : perchè ? E gin disse cosa aveva fatto il Prete, che la cassetta dei ferri

l'aveva rovesciata per schivare il Prete che si era messo in mezzo alla strada, che il Prete aveva tirato giù i pantaloni e che era riuscito a scappare perchè erano passate due donne che stavano andando al cimitero, e che lui non voleva andare a casa del Prete, che aveva paura.

No. No. Non andare dal  Prete. Vai avanti col tuo lavoro. E stai tranquillo.

Gin tornò il ragazzo di prima. Ritornò la contentezza del lavoro, il piacere di costruire. Riprovò la sensazione di benessere che gli dava lo stare dentro la segheria, Sentire l'odore

del legno tagliato, l'odore acre della tinta quando sullo straccio imbevuto veniva tirata sul legno, l'odore dolce della colla bianca, l'odore pungente della pece sulle cinghie quando slittavano. E l'odore della stufa di  terracotta a quattro piani.

Poi una mattina sul presto, col Sole che entrava dalla porta, vide Don Mario, preceduto dalla sua lunga ombra, che si stava avvicinando a lunghi passi. Non ebbe neanche il tempo di avere paura che il Farioeu, preso un listello di faggio, che di solito usava per i cani randagi, si avvicinò di corsa al Prete e cominciò a bastonarlo. Il Prete tentò di difendersi parando i colpi con le braccia poi scappò con la sottana che svolazzava, inseguito dal Farioeu fino al cancello dove gli tirò l' ultimo colpo.

domenica 22 marzo 2015

cui di d'estaa


                                                              

Cui  sir d'estàa
finì  ul lauraa  in uficina prima  da  'ndà  a  la  vigna
mordi  pan  e  scigula  e  bee  un  fia  da  acqua  fresca  da  pusu
ta fea  curagiu
la  giurnaa  l'ea   quasi  finì
anca ul  regiu  a  videmi  riaa  l'ea  cuntentu
dandu  un fiaa  a  la  fiascheta  che   me  mama la mea priparaa  par  lu
un  atim l'ea  scur  e  sa  'ndea  a  ca
scundu  fra  l'uficina   e  la  vigna
g'hea  la  giuventù.

venerdì 20 marzo 2015

I PIATTI DELLA MEMORIA salsa verda



                                                                 

un  bel  masetu da  presemul taià  fin  fin  cun la  mesaluna una  nus   da  pan  bagnaa  i 'n  du  l'ase 'na  fetina  d'ai   triaa 4- 5 caperi  'na  ciugha un oeu  indui sa  e  oli

mercoledì 18 marzo 2015

Racconto del mercoledì CARLIN DA ULEGG


                                                                
              
Alla domenica sera si andava a ballare. A parte

il mese che si andava a Mondine,a mondine si andava anche il sabato,il resto dell'anno a ballare si andava solo alla domenica sera. A ballare si andava anche nei matrimoni e,ogni tanto nelle rarissime feste a casa di qualcuno.

Alla domenica sera si andava o a Oleggio in moto,io andavo con il Guzzino del Barziga mio

grande amico,quasi sempre a Oleggio. Anche Oleggio era un posto pericoloso c'era sempre da far botte ma noi siamo stati fortunati:una delle prime volte,in un posto che si chiamava Teatro perchè era un teatro,il teatro dove ho visto un giovane cantante che si chiamava Adriano Celentano,una sera eravamo a bere al Bar del Teatro in una sosta del ballo,quando un piccoletto con due grosse spalle ci urtò tutt'e due in un colpo solo facendoci rovesciare il samuer che stavamo bevendo. Barziga mi guardò mentre posava il suo bicchiere e disse:cerca rogne e,posato il bicchiere,visto che ce lo aveva lui nella posizione giusta gli mollò un sganassone con tutta la forza che aveva. Il piccoletto con grosse spalle toccò terra prima con la testa e poi con i piedi,dopo la solita gente che voleva tenere quello che voleva spaccare tutto,riferito al piccoletto perchè noi eravamo da soli, si andò a bere in compagnia del piccoletto. Si chiamava Carlin,ed era il terrore del paese talmente era cattivo,e forte,e capace,e tosto. La sua fama se l'era fatta sulla strada,cresciuto a sberle e pedate nel culo era uno di poche parole,un tipo sbrigativo anche nel parlare,

una persona che apprezzai tantissimo e diventammo amici. Un paio di mesi dopo ci invitò a casa sua, a cena, e conoscemmo anche sua mamma che era una vedova di guerra e aveva cresciuto il bambino da sola. Da quella sera a Oleggio ci rispettarono tutti,anche se eravamo soli con noi c'era,invisibile, il Carlin, il suo carisma ci proteggeva da tutti i giovani che tornati in paese verso le undici di sera cercavano di litigare e fare a botte umiliati dalle ragazze che ballavano con i Lombardi che con qualche soldo in più in tasca potevano offrire loro una gazosa.

Con noi c'era sempre la presenza del Carlin.

Il Barziga fece la morosa,si chiamava Nelluska,ma quando la presentò a sua mamma a lei non piaceva e non se ne fece niente. A me piaceva,a parte il fatto che a quei tempi le ragazze mi piacevano tutte,ma lei mi piaceva come amica,e come morosa del mio amico. Alta e snella, con due occhi che sembravano deu pincirò d'uga, era, e a quei tempi era cosa rara,elegante di natura,anche vestita di stracci sembrava una signora. Adesso ha un Ristorante a Meina,sul lago Maggiore.

Ma per tutti a Castano c'era il Conte Rosso. Un camion che durante la settimana era il camion dei muratori e la domenica,dopo una scopata alla bellemeglio, serviva come prototipo di un mezzo di trasporto per andare a ballare. Era un camion aperto con le sponde rosse, si stava in piedi. Partiva alle 20.30,dalla osteria Primavera dove vendevano anche i biglietti,che costavano 15 £. Partiva ogni domenica con qualsiasi tempo,aveva le sponde rosse e lo chiamarono Conte rosso. Per il ritorno l'orario era incerto: quando c'erano tutti,e l'operazione non era facile, contarsi a una cert'ora è cosa laboriosa, si tornava. In piedi,uno contro l'altro, per pisciare uno si spostava su un lato e pisciava fuori mentre il camion andava. Lo stesso per vomitare. Quando si arrivava vicino al paese si cominciava a cantare,qualsiasi canzone andava bene uno cominciava e gli altri seguivano,in paese tutti sapevano che erano tornati: loro cantavano e i cani abbaiavano.

Poche ore di sonno ed era lunedì,il Conte Rosso diventava il camion dei muratori,e riprendeva il suo lavoro di sterro.

lunedì 16 marzo 2015

la Fer


                                                               

ghè  rivaa  la  Fer
ma  ragordu  qui  Fer  a  Castan
cuann  ca  steu  da giuin
cun  ul Pes  fritu  e  la pulenta
e  i  udur  ca  sa  sintia  in piasa
e  i  banchi  ca  fean  la tiraca
e  la  fean  tirandula   su 'n pal  dul  barachin
spuandu  su i ' man  intantu  ca la tirean
Ul  Cantastori  cul  can  ca  'l  fea  ul  gir cun ul  capel  in buca
a tiràa  su i uferti
e  la  tuseta  ca la  vindea  i  lameti  
a  la  genti in gir  a  scultà la  storia
la  fisa  cà  sunea
e  vun  cui  barbis c'al  girea  i  figur pe  fa  capii la  storia
qui  ca  vindea ul  grass  da  Marmota c'al curea  tucc i  dulur
cun la  scimia  liga  cul  cular  ca  la  sultea  su  e giò
Ul circulun  piin  da  genti  ca la   mangea la  roba  cumpraa  a   la  Fer
i  banchi
i banchi
i banchi