mercoledì 6 maggio 2015

Racconto del mercoledì NIGUARDA


                                                                       

Quei pomeriggi di fine estate, quando non faceva più

tanto caldo, che suonava la sirena e si doveva andare in cantina.

Ma io e il mio amico Elio stavamo sulla ringhiera del secondo piano,dove abitavamo noi, ad aspettare di vedere gli aerei, che arrivavano su in alto in formazioni di cinque o sei, ed erano di argento a vederli. Con i colpi della contraerea come batuffoli di cotone tutti i giro.

Poi il capofabbricato ci tirava giù a moccoli,minacciando le cose più inverosimili pur di farci scendere.

Arrivavano sempre da sud,e andavano verso Bresso.

Magari dopo un quarto d'ora suonava il cessato allarme, e magari dopo un tempo lunghissimo che non si riusciva a fare passare.

Un giorno sentimmo le bombe cadere vicino, molto vicino, e quando uscimmo nel mondo vidi, due case più in là, le macerie. Curiosi andammo a vedere e vicino ad un contatore della corrente c'era un braccio con la mano. Non avevo mai visto un contatore come era fatto

e lo studiai, ma non capii niente.

Con il mio amico Elio eravamo inseparabili, in classe assieme, sull'ultimo banco assieme. Sapeva disegnare: con pochi tratti ti faceva un aereo,un cane,un gatto,un asino. Con una matita in mano era un Dio. Per me era un genio.

Ma anche lui del contatore non ha capito niente.

Dopo un paio di bombardamenti le bombe si avvicinarono al nostro caseggiato, e presero in pieno una fabbrica che veniva subito dopo, una fabbrica di ostie, e ci rimpinzammo come non mai di ostie. Buonissime.

Incredibilmente le rotaie erano libere e si poteva andare a Milano con il tram. Noi si andava sempre a gratis, di dietro sotto alla perteghetta.

La scuola (bombardata )fu dichiarata inagibile e per due mesi andammo a scuola a Bresso, a piedi. Bastava partire mezz'ora prima.

Elio aveva fatto un ritratto di un bambino,un biondino, e lui lo aveva fatto diventare come una bambina con i boccoli e gli occhi più azzurri di quello che erano, il disegno era piaciuto e allora ogni tanto, quando il papà del biondino poteva, portava il biondino a scuola con il calesse tirato da un morello, ci dava un passaggio.

Avevamo 10 anni. Sognavamo di essere grandi e di andare in guerra contro gli odiati figli di Albione, Elio era Tenente pilota ed io sergente maggiore ed ero un mitragliere di coda.

Al sabato pomeriggio andavamo a vedere gli Avanguardisti davanti alla sede del fascio esercitarsi con i fucili di legno, ed era bello vedere quei giovani aitanti che stavano andando in guerra.

I Giornali Radio parlavano delle nostre vittorie.

Si diceva che il Piero,del secondo piano, non ascoltasse i giornali radio, ma lui diceva che non era vero.

Per rispetto verso il Popolo Greco,in Grecia le nostre forze armate segnavano il passo ma, a giorni, il Duce sarebbe andato di persona a guidare l'avanzata.

Intanto io avevo sempre fame. Mia mamma mi diceva che io non sapevo cos'era la fame, lei si che l'aveva provata e non era così. Ogni giorno un panino: era questa la fame? E mi diceva di quando era bambina e mangiava le radici delle piante.

Il Padrone del calesse, che ogni tanto ci portava a Bresso, si diceva che alla domenica facevano il risotto. Tutte le domeniche.

Il Piero del secondo piano, quell'anno al 1° Maggio non andò a lavorare. Si mise il vestito della festa e un garofano rosso sul bavero e scese in strada,con la moglie e i due bambini attaccati alle gambe per non farlo scendere. Sceso in strada,la sede del Fascio era vicinissima, fu circondato da Militi che lo portarono in sede per il bicchiere di olio di ricino. Dopo un paio d'ore

venne a casa con la giacca sporca di sangue perchè il Piero aveva il vizio di perdere sangue dal naso facilmente.

Il giorno dopo andò a lavorare come al solito.

Oltreseveso c'era la piazza della chiesa,con l'Oratorio, laChiesa, la Canonica, L'Asilo e un grosso caseggiato. Subito dopo il ponte una strada che poi girava a sinistra e andava alla Bicocca, ogni tanto andavamo a vedere Giorgio Consolini che si allenava sui campi della Pirelli. Quella era la riva che usavamo noi. E diventava un campo dove si combattevano battaglie da cui dipendevano i destini del mondo, c'era anche una innocua biscia che quando ci vedeva scappava dall'altra parte del Seveso inseguita dalle nostre sassate.

Una volta un reparto di soldati veri risalì la riva opposta

e arrivati sul ponte il Tenente che li comandava guardando attentamente la sua cartina chiese: che Paese è?

I pescatori, due o tre, erano vicini al ponte,o sul ponte, ma di pesci ce n'erano pochi, e piccolini.

Di qua del Seveso c'era la nostra scuola, che finiva proprio contro l'acqua, ma dalla scuola non si vedeva il

Seveso.

Il Seveso era giù, molto giù, e sulle ripide rive si poteva cadere dentro, ma non ci era mai caduto nessuno.

Le rive erano boscose, e fornivano i legni diritti per fare le spade che servivano per armarci decorosamente.

Abitavamo in via De Calboli, e avevamo formato la banda della via. Parallela a noi, dove passava il Tram, c'era la via Ornato, che aveva la sua banda.

Ma non venivano al Seveso, non era nel loro territorio. Loro per giocare usavano il tram, e ci giocavano alla grande, c'era un ragazzo che riusciva a salire sulla perteghetta e si sedeva tranquillamente sul tetto.

La banda di via Ornato era tosta, ce n'erano due che incutevano paura. Ma noi avevamo Drumm. Una stazza enorme e uno sguardo truce, bisognava non farlo parlare se no ridevano tutti per una voce da bambina,che da un faccione così faceva senso.

Dal Fascio in là era il nostro territorio, dal Trani in qua della banda della via Onorato.

Poi la guerra ha scombussolato tutto.

Abitavo in via De Calboli, la prima casa dopo il fascio, sessanta famiglie, al secondo piano, Si entrava nel cortile, passando davanti alla portineria si salivano le scale coperte che ad ogni piano c'era la ringhiera di destra e di sinistra,io a sinistra, dalla ringhiera la porta d'entrata e si entrava in cucina con un tavolo quadrato e la dispensa e un lavandino. Una cucina economica con la bombola del gas sotto. Dirimpetto una porta portava in stanza, un' altra porta in bagno, con i servizi: water e lavandino. Dalla finestra del bagno guardavo dentro al giardino dell'osteria, con il gioco delle bocce dove ogni tanto ci giocava mio padre e io lo guardavo dalla finestra. L'osteria era proprio davanti al fascio,dall'altra parte della piazzetta. L'osteria vendeva anche le Agrette, gazose con il tappo di vetro, una pallina di vetro che si trovava dentro alla bottiglia.

A scuola l'ora di musica la facevamo in uno sgabuzzino

lungo con le scope appoggiate contro le finestre,si cantavano le canzoni di guerra, oltre a Giovinezza “ andar pel vasto mar”, “faccetta nera”, donne e motori”

Roma che sorgi”, “decima MAS” e altre. Tutte belle, bellissime. Però sapevano di candeggina,per via dello sgabuzzino.

Le botteghe si trovavamo in via Ornato, e mia mamma mi mandava,quando era proprio festa, a comperare mezzo etto di Zola,senza carta! Mi diceva! La carta d'oro, come veniva chiamata la allumina che ricopriva il zola, pesava tanto e se ti dava il Zola con la carta d'oro del mezzo etto rimaneva poco.

Qualche bottega ce la avevamo anche di qua: una bottiglieria,un carbonaio che vendeva il carbone a sacchi,due tipi:l'Antracite e il carbone normale, e la carbonella. In una bottega che vendeva di tutto meno che gli alimentari, io e l'Elio organizzavamo dei furti difficili. Il nostro bersaglio preferito era una cassetta su in alto con un nome stranissimo, sull'ultima fila, tutta spostata a sinistra, difficile da prendere. Si sceglieva il bersaglio più difficile. Elio parlava,(sapeva parlare)e quando il proprietario si allontanava, io come un gatto, salivo aprivo la scatola prendevo due pezzi della “roba”. Ecco perchè si chiama rubare, anzi dovrebbe essere robare.

Il prodotto erano delle tavolette che accese con un fiammifero da una parte bruciavano con una fiamma azzurrina e duravano mezzora. Servivano per i fornelletti da campo. Era il miglior bottino della bottega.



Ogni tanto si andava a Porta Volta,si saltava giù in via Farini e si entrava a gratis allo Smeraldo,che era più facile di quello che si pensava, e si andava nei camerini dove c'erano le donne nude,o quasi, e i Maghi che provavano i numeri, e i veri Pompieri in divisa.

Niguarda era proprio un paese, con la piazza della chiesa e l'oratorio, e l'Asilo infantile con le suore grasse che avevano una maniera di usare il manico della scopa non professionale, e ogni tanto portavo i segni sulla testa. Aveva un fiume,il Seveso, che era nostro, a quando sentivo parlare del Seveso da gente che non era mai stata a Niguarda provavo un senso come di perdita, come poteva mia Zia, che abitava a porta Romana in via Amatore Scesa, parlare del Seveso? Che ce lo avevamo noi di Niguarda ?


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